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Divisione del lavoro, crescita e divari di performance nell'industria italiana degli anni '90

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  • Anna Giunta
  • Domenico Scalera
  • Annamaria Nifo

Abstract

Questo lavoro si inserisce all’interno di un percorso di ricerca (Giunta e Scalera, 2006, 2007) teso a studiare la natura della subfornitura dell’industria manifatturiera italiana, un ambito di ricerca in cui non sono frequenti analisi su campioni rappresentativi di imprese, quanto piuttosto indagini basate su casestudy. Il nostro punto di osservazione si colloca nella seconda metà degli anni ’90, epoca alla quale si fa comunemente risalire l’inizio della prolungata fase di criticità dell’industria italiana, a seguito della sequenza di shock, endogeni ed esogeni, che mutano strutturalmente il contesto di operatività delle imprese. Nell’arco temporale considerato, in Italia come in molti altri paesi, si è accentuato un processo di profondo mutamento, sia quantitativo che qualitativo, nel modello di divisione del lavoro fra le imprese, che trova espressione nella frammentazione internazionale della produzione con la conseguente globalizzazione del mercato dei beni intermedi. Per l’Italia questo ha comportato l’infittimento delle relazioni verticali interaziendali e una significativa emancipazione del subfornitore rispetto al ruolo tradizionale di captive supplier, confinato ad espletare funzioni di mera trasformazione in un contesto prevalentemente monopsonistico, popolato da faceless transactions. In questo periodo infatti, l’impresa subfornitrice si è andata progressivamente evolvendo come un agente in grado di instaurare relazioni di complementarità con l’impresa committente e di partecipare a network produttivi di carattere transnazionale. In tal senso, una prima indicazione del processo di upgrading viene fornita da Giunta e Scalera (2006, 2007): secondo questa interpretazione, nella seconda metà degli anni ’90, le imprese subfornitrici hanno nel complesso beneficiato di migliori performance, in termini di maggiore produttività e remunerazione dei fattori, più alti salari e più elevato rendimento per il capitale investito. Un dato di particolare significatività è che, nel mutato contesto della divisione internazionale del lavoro, il dualismo Nord-Sud della struttura industriale italiana si è riproposto con nettezza. Nella seconda metà degli anni ’90, a differenza del passato, il Mezzogiorno ha in effetti vissuto una fase di intenso approfondimento delle relazioni tra le imprese, quantitativamente paragonabile a quella del resto del paese. Tuttavia le imprese subfornitrici meridionali hanno realizzato performance di produttività e redditività spesso più modeste delle altre imprese, segnalando con ciò l’esistenza di condizioni di relativa marginalità ed arretratezza e sostanziale subalternità rispetto ai committenti, sia locali che nazionali ed esteri. In questo lavoro intendiamo aggiungere un altro tassello all’impianto conoscitivo, andando ad indagare la relazione tra divisione del lavoro e crescita delle imprese nella seconda metà degli anni ’90. Come sostenuto da più parti, il ristagno dell’economia italiana si configura come un problema di crescita rispetto al quale assumono particolare rilevanza le caratteristiche strutturali dell’industria italiana, che si distingue per la persistenza di una elevata polverizzazione della produzione industriale. Dalla “questione dimensionale” (Traù, 1999) nella sua generalità, intendiamo soffermarci in questo lavoro sull’analisi della dinamica di crescita di quel sottoinsieme di imprese il cui successo deriva per larga parte dalla divisione del lavoro e dagli scambi con le altre imprese. Nel seguito, per semplicità, ci riferiremo a questo sottoinsieme usando la categoria di “imprese subfornitrici”, anche se il termine, largamente diffuso negli anni ’70, appare oggi riduttivo rispetto alla complessità dei compiti svolti da questa categoria di agenti. Nella nuova fase dello sviluppo industriale, le imprese che partecipano alla catena del valore si fanno carico di produzioni complesse (si pensi alla pratica della supply system policy), trasferite all’esterno in seguito a scelte di focalizzazione dell’impresa committente su attività diverse da quelle ad alto contenuto di manifattura. Queste imprese spesso sono in possesso di un’elevata capacità relazionale visto che, con l’eccezione della figura dell’assemblatore finale, adempiono con sistematicità al doppio ruolo di subcontractor in and out, nell’esternalizzare a loro volta le attività meno remunerative alla propria catena di subfornitori. Anche in questo ambito si impone l’imperativo della crescita, data la riorganizzazione in corso della divisione del lavoro tra le imprese. Quest’ultima richiede alle imprese subfornitrici italiane di innalzare la propria dimensione di operatività per fronteggiare la crescente concorrenza proveniente dai paesi produttori a più basso costo; ottemperare alle complesse richieste della committenza; sviluppare capacità relazionali lungo la rete transnazionale di appartenenza, modificare il proprio posizionamento. Più specificamente, gli obiettivi di questo lavoro sono i seguenti: a) comprendere se e come, nella seconda metà degli anni ’90, l’attività di subfornitura1 abbia inciso sulla dinamica di crescita delle imprese manifatturiere italiane; b) verificare se, in coerenza con le interpretazioni recentemente avanzate dal filone teorico della Global Commodity Chain, di cui si dirà nel seguito, l’eventuale maggiore crescita delle imprese subforrnitrici sia almeno in parte da attribuire alla capacità di queste ultime di innovare, per conseguire un upgrading nella catena del valore; c) esaminare l’influenza congiunta di subfornitura e localizzazione, verificando, in particolare, se le imprese subfornitrici meridionali abbiano mostrato dinamiche di crescita significativamente differenti rispetto ad omologhe unità localizzate nel Centro-Nord. Per larga parte, il nostro lavoro si colloca all’interno della letteratura teorica ed empirica ispirata alla legge di Gibrat (1931) della crescita proporzionata (Mansfield, 1962). La novità che vorremmo apportare ad un filone già molto “arato” e popolato da infinite varianti di esercizi di stima riguarda l’attenzione rivolta alla capacità esplicativa della scelta di lavorare in subfornitura e al suo impatto sulle dinamiche di crescita. Sorprendentemente, la relazione tra divisione del lavoro, approssimata dall’incidenza delle lavorazioni effettuate in subfornitura, e crescita non risulta essere stata oggetto di particolare attenzione empirica negli esercizi econometrici che hanno indagato le dinamiche di crescita delle imprese italiane. È interessante al proposito notare, come fa Yasuda (2005), che la stessa carenza di indagine empirica sul nesso tra subfornitura e crescita si rileva anche per il Giappone, che, insieme all’Italia, ha fondato larga parte del proprio vantaggio competitivo sulla divisione del lavoro tra imprese territorialmente radicate, organizzate in Italia in distretti industriali, e, in Giappone, in catene gerarchiche egemonizzate dalle grandi imprese. La verifica empirica del ruolo svolto dalla condizione di subfornitore nelle dinamiche di crescita (sia essa nella forma di espansione del fatturato o di aumento dell’occupazione) è dunque oggetto primario del nostro contributo. Abbiamo tuttavia ben chiaro che la significatività di quel nesso è frutto di processi evolutivi profondamente differenziati, sulla cui natura, stante i dati a nostra disposizione, possiamo formulare solo alcune congetture. Più esplicitamente, data l’eterogeneità delle imprese, la dinamica di crescita, oltre a dipendere da caratteristiche strutturali e organizzative, rilevabili dal database di fonte Capitalia che utilizziamo, è strettamente correlata al tipo di filiera in cui si opera e soprattutto al comportamento dell’impresa e al posizionamento che essa acquisisce nel corso del tempo, come emerge dal fruttuoso filone di analisi della Global Commodity Chain (da ora in poi GCC, Gereffi, 1994, 1999; Kaplinsky, 2000; Henderson et al., 2002). Il lavoro è organizzato come segue. Dopo questa introduzione, nel paragrafo 2 proponiamo una disamina delle caratteristiche di maggiore rilievo della corrente divisione del lavoro tra le imprese, mentre nel paragrafo 3 richiamiamo in sintesi l’approccio della GCC. L’analisi empirica costituisce l’oggetto del paragrafo 4 che è, a sua volta, suddiviso in tre sottoparagrafi: nel primo si presentano i dati utilizzati ed alcune statistiche descrittive; nel secondo si dà conto delle metodologie utilizzate; nel terzo si illustrano i risultati ottenuti. Va sottolineato che tra le variabili esplicative della crescita delle imprese si considerano insieme o alternativamente: a) variabili “canoniche” come l’età, la dimensione e la passata dinamica di crescita; b) variabili organizzative tra cui, primariamente, l’incidenza della subfornitura sul fatturato, l’innovazione di prodotto e l’investimento in ICT; c) la variabile strutturale “localizzazione”, per l’interesse che riveste nel nostro lavoro la presenza di eventuali differenziali di crescita tra imprese del Centro- Nord e del Mezzogiorno. Il paragrafo 5 raccoglie le principali conclusioni.

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